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Cita questo articolo come: Albano, Leonardo. 2021. «L’entomologo Edward Wilson invita l’umanesimo nel non-umano». Humanities for Change (blog), 6 novembre 2021. https://bembus.org/2020/11/06/lentomologo-edward-wilson-invita-lumanesimo-nel-non-umano/.

Edward Wilson è un entomologo di fama mondiale, conosciuto per le sue teorie sulla biofilia e sulla sociobiologia e molto apprezzato per le sue ricerche sulle formiche. Nella sua opera più recente, The origins of creativity (2017), analizza quello che secondo una lunga tradizione di studi umanistici è il tratto saliente della specie homo sapiens: l’immaginazione, la creatività, nel senso di una facoltà capace di astrarre dall’oggetto un senso ulteriore e di elevarlo a dimensioni non previste da una primeva obiettività naturale. Nelle sue parole, l’immaginazione è «forza trainante e passione per il nuovo, […] ricerca innata di originalità» (Wilson 2018, 3) che poi sfocia in quelle azioni che modificano la specie e direzionano la sua storia.

Biophilia

Le origini della creatività. Il fuoco, i racconti, la socialità

Ma da dove sorge questa passione per la creatività? Wilson fa risalire la sua origine addirittura ad un milione di anni fa. Appellandosi a numerose ricerche combinanti l’antropologia, l’archeologia, la psicologia, la paleontologia e la biologia evolutiva, egli afferma che la creatività si è sviluppata in noi di fronte ai primi bagliori del fuoco, al centro degli antichi accampamenti. La luce nella notte avvicinava gli individui, distendeva la loro mente e conciliava i racconti, intensificando così i legami sociali e stimolando nuove forme di comunicazione. La collaborazione fu la chiave di tutto: passando, in questo periodo, da una dieta erbivora a una carnivora, i nostri antenati dovettero iniziare a cooperare, a sviluppare un linguaggio più complesso e a capirsi, creando così una prima coscienza di gruppo. Di conseguenza venne incentivata la crescita del volume cerebrale, che ha parallelamente permesso lo sviluppo della facoltà immaginativa. La creatività nasce qui. La socialità incentivò la crescita del volume cerebrale e contemporaneamente lo sviluppo della facoltà immaginativa. Per consolidare nuove forme di rapporto occorreva compiere un passo in più. Ecco allora che combinando i dati della ricerca scientifica con la riflessione propria della conoscenza umanistica, riusciamo a comprendere l’origine della creatività. Ma la questione è ben lungi dall’essere dipanata: questa teoria è ancora relegata al campo della speculazione. Secondo Wilson quel che manca è il sodalizio definitivo tra ricerca scientifica e disciplina umanistica, un saldo incrocio tra fatti e anima, l’integrazione della preistoria alla storia. Compiere questo passo è fondamentale: solo allineando – per così dire – l’istinto animale alla cultura saremo in grado di profilare un argomento antropologico dal grande valore euristico.

Un matrimonio difficile. Differenze tra scienze e umanesimo

Le differenze tra ricerca scientifica e discipline umanistiche sono contrapposte: se la prima si prodiga per comprendere le cause ultime della natura, le seconde s’interessano tendenzialmente di quelle prossime (dove “prossima” vuol dire risalente più o meno a 10.000 anni fa) e trasformano le ultime in mysterium tremendum. D’altra parte, se la ricerca scientifica concepisce tutto ciò che è possibile, quella umanistica concepisce tutto ciò che è concepibile dalla mente umana, perché aggiunge al piano del concreto tutti quei sincretismi prodotti dalle vertigini dell’anima e della fantasia. Se la ricerca scientifica disvela il segreto, è la disciplina umanistica che infine ha potere su ogni cosa.

Wilson espone la sua opinione circa il connubio tra scienza e umanesimo

Entrambe però ambiscono a un fine specifico: comprendere – tra le altre cose – il posto dell’homo sapiens nell’universo. Perché dunque non si mettono d’accordo? Quel che ancora le allontana è, secondo Wilson, la ritrosia insita nelle discipline umanistiche. Esse per esempio tendono a ignorare le dimensioni dell’origine genetica e dell’ecosistema, essenziali per comprendere l’effettiva entità della vita e dell’homo sapiens. Nel loro antropocentrismo il termine umano diventa l’unico metro di valutazione e non un’occasione da percorrere per comprendere il nostro reale posizionamento nel mondo. Se trattano di animali, ad esempio, lo fanno per elevare la specie umana al di là di ogni altra creatura. C’è da dire, però, che anche la scienza è interessata da un’evenienza simile. L’intera conoscenza scientifica si avvale di un linguaggio elaborabile solo da una mente umana e come tale essa è «il prodotto esclusivo e completamente umano del nostro cervello» (Wilson 2018, 153). Ma ciò nonostante, la scienza, nell’opinione di Wilson, è riuscita a delineare i meccanismi non-umani che affiancano la nostra specie, come la geologia, l’astronomia e l’evoluzione biologica, le quali suggeriscono mondi del tutto diversi da quelli discussi dall’umanesimo. Per questo motivo il suo invito è principalmente rivolto ai luminari delle discipline umanistiche. Sono essi che ancora temono di oltrepassare il Rubicone che idealmente separa l’umano dall’homo sapiens.

L’augurio. Un appello per salvare la Terra

Se le discipline umanistiche ascoltassero gli argomenti della scienza – è questo l’auspicio di Wilson – si emanciperebbero dai loro orizzonti ristretti. Individuerebbero l’humanitas, per esempio, anche nella preistoria, perché lì si trovano le origini genetiche della nostra coscienza, i primi esperimenti della meraviglia. Inoltre verrebbero colte tutte quelle Umwelten escluse dal mappamondo antropocentrico, vale a dire tutti i cosmi prospettici animati dalle altre creature, che, organizzando il mondo diversamente da come fa la specie umana, sono forieri di epifanie in grado di svincolare quest’ultima dai suoi vincoli sensibili e di mostrarle nuovi modi di pensarsi.

Intervista a E. O. Wilson su come salvare la vita sulla Terra

In una sola frase, potremmo dire che nel momento in cui le discipline umanistiche accetteranno il dialogo con questi “mondi fantasma”, scopriranno che non esiste evoluzione che non sia co-evoluzione, che non esiste umano senza non-umano. La questione ha anche un fortissimo connotato etico: per citare un efficace rovesciamento proposto nel libro, «occorre misurare tutte le cose per poter comprendere l’uomo» (Wilson 2018, 55). Da questa sinergia avrà inizio, nell’utopia che il libro propone alla fine, il Terzo Illuminismo, dove il primo si è sviluppato nell’Atene classica e il secondo in Europa nel XVIII secolo. Diciamo che è una prospettiva miope dal momento che, volendo considerare tutta l’umanità, stabilire l’esistenza e i connotati di due Illuminismi risulta un poco etnocentrico, ma l’appello è condivisibile. Nel mondo odierno, tra questioni ambientali, tecnologiche, sociali e post-umane, la collaborazione tra scienza e umanesimo è divenuta un’emergenza. Sotto l’egida della creatività benefica, possono insieme mostrare la complessità e la bellezza della natura, educando una nuova umanità alla cura ecologica e alla salvaguardia del pianeta, che di tutti è l’unica casa.

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