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Cita questo articolo come: Tonon, Eleonora. 2021. «Sistemi educativi e innovazione digitale». Humanities for Change (blog), 13 novembre 2020. https://bembus.org/2020/11/13/sistemi-educativi-e-innovazione-digitale/.

Fin dagli anni Duemila, il tentativo di integrare innovazione digitale e sistema educativo rappresenta uno dei punti cruciali nel dibattito sulla scuola. Le nuove problematiche e necessità emerse con la pandemia hanno portato ancora più al centro la questione, vista l’importanza degli strumenti tecnologici per sostenere la didattica a distanza, ma non solo. Da tempo, però, tecnologia e digitale sono usati in vari Paesi per risolvere quelli che si riconoscono come gli aspetti più critici dei rispettivi sistemi scolastici.

Cina

Nonostante la preminenza della cultura tradizionale cinese, l’innovazione tecnologica del Paese ha conosciuto una potentissima accelerazione e quella che prima era vista come una meta per la delocalizzazione è diventata il centro di riferimento per le innovazioni tecnologiche, soprattutto per l’intelligenza artificiale.

A dispetto di quello che, solo apparentemente, dovrebbe essere un modello economico di stampo antidemocratico, sono nate una serie di aziende e imprese, tra le quali spiccano Alibaba, Tencent, WeChat, Baidu, Huawei e Xiaomi, che sono state in grado di diventare in breve tempo giganti dominanti in patria (agevolati anche dal locale protezionismo) e di uscire dai confini nazionali aprendosi un’importante strada nei mercati internazionali.

Maurizio PimpinellaPresidente dell’Associazione Prestatori Servizi di Pagamento (A.P.S.P.)

Questa svolta digitale dell’economia cinese si lega al sistema educativo in un circolo virtuoso, in cui scuola e innovazione si sostengono a vicenda. Ad esempio, per assecondare la crescita dell’e-commerce – una parte ormai fondamentale del mercato economico sinico – sono stati introdotti nuovi corsi di studio, pensati per formare una classe di professionisti che, attraverso esperienze di alternanza scuola-lavoro, siano già pronti alle sfide del settore.

Anche le innovazioni in campo digitale e tecnologico, dal canto proprio, danno un contributo fondamentale al sistema scolastico: non sono poche le scuole che, dotandosi dei più innovativi strumenti di intelligenza artificiale, operano un monitoraggio degli studenti che ne controlla non solo la posizione all’interno dell’edificio scolastico, ma addirittura il livello di attenzione e partecipazione alle lezioni, con la volontà di aumentare così le prestazioni degli alunni. Le modalità di misurazione di questi dati, tuttavia, lasciano molti dubbi sia sull’efficacia del rilevamento che sulla tutela della privacy dei ragazzi.

Stati Uniti

Le scuole americane sono spesso tristemente note per il dramma delle sparatorie, un problema per il quale gli edifici scolastici, nel corso degli anni, sono stati riadattati e progettati per tutelare gli studenti in caso di simili avvenimenti: ogni classe è dotata di hard corners, ovvero punti lontani da porte o finestre e attrezzati con kit di pronto soccorso, specifici per ferite da arma da fuoco. È stata addirittura coniata l’espressione Generation Columbine per indicare tutti quegli studenti che, dopo la strage del 1999, vengono educati, insieme agli insegnanti, ad agire nel caso di un attacco alla propria scuola.

Anche in questo caso lo sviluppo tecnologico ha influenzato le modalità di controllo sugli studenti. Infatti i sistemi di supervisione si sono estesi, dagli edifici scolastici, anche ai dispositivi elettronici (smartphone, computer, tablet) dei ragazzi: riconosciuti come strumenti pervasivi nella vita quotidiana ed educativa dei giovani, si ritiene che il loro monitoraggio possa rappresentare un significativo punto di partenza per prevenire il problema. Per questo, gli investimenti delle scuole americane si sono sempre più indirizzati verso quei prodotti – Gaggle, Security per citarne solo alcuni – che, tramite un algoritmo, si occupano di passare in rassegna e-mail e ricerche online degli studenti, inviando un segnale di allerta al personale scolastico ogni qualvolta vengano digitate o cercate quelle “parole chiave” segnalate dalla scuola stessa come indice di pericolo. Se le compagnie che offrono questi programmi sostengono di aver garantito la salvaguardia di molti studenti tutelandoli da pericoli come autolesionismo e cyberbullismo, gli esperti di privacy, al contrario, sollevano molti dubbi su pratiche di questo genere, che possono limitare la formazione personale e spontanea dei ragazzi, oltre ad avere ricadute pesanti specialmente sulle minoranze.

The idea that everything students are searching for or everything that they’re writing down is going to be monitored by their school can really inhibit growth and self-discovery.

Natasha DuartePolicy analyst presso il Center for Democracy and Technology

Italia

Il livello di sviluppo tecnologico e digitale raggiunto in Italia non può essere paragonato a quello di Stati Uniti e Cina; nonostante questo, la proposta di integrare didattica e novità tecnologico-digitali è ormai da anni un eterno ritorno nei programmi dei governi e dei Ministri dell’Istruzione. Marco Gui, nel suo volume Il digitale a scuola. Rivoluzione o abbaglio? (Bologna, Il Mulino, 2019), tira le somme su obiettivi, mezzi e risultati di questa tentata innovazione scolastica. Vari sarebbero, secondo l’autore, i motivi che hanno spinto l’Italia, assecondando uno spirito condiviso e stimolato dai programmi dell’UE, ad avviare questo processo. Alcune di queste motivazioni erano già state chiaramente esplicitate all’interno del Quadro Strategico Nazionale (QSN) per il settennio 2007-2013:

  • Migliorare i livelli di apprendimento in matematica, italiano, oltre che nelle materie scientifiche e linguistiche
  • Sviluppare competenze digitali nei giovani
  • Aumentare l’inclusività sociale.

Obiettivi che, come evidenzia Gui, sembrano non essere cambiati negli anni se nel 2019 il rapporto Educare digitale di AGCOM sosteneva la necessità di intensificare la presenza del digitale nelle scuole come mezzo per superare le differenze economico-sociali tra gli studenti, garantendo al contempo non solo una maggiore integrazione, ma anche un miglioramento dell’apprendimento.

È interessante, però, verificare come si sia cercato di attuare concretamente questa innovazione digitale. Nel 2008 buona parte delle risorse sono state orientate alla diffusione delle LIM, viste come punto di partenza per intensificare l’uso della tecnologia in classe. Tuttavia, non è mai stato chiarito secondo quali evidenze pedagogiche si siano valorizzati proprio questi strumenti. Questo massiccio investimento non sembra aver dato i suoi frutti: nelle classi non si ritrovano le Lavagne Interattive Multimediali o, se anche presenti, non vengono utilizzate a causa della loro onerosa manutenzione. Il fallimento di questo tentativo si coglie dai nuovi Piani Nazionali Scuola Digitale (PNSD): in quello del 2015 non solo le LIM non vengono mai nominate, ma sono state sostituite dal nuovo concetto del Bring your own device (BYOD), ovvero tecnologie “leggere”, che gli stessi studenti possono portare con sé. Un punto di vista, quest’ultimo, che sembra confermato anche dagli interventi successivi (ad esempio nei Dieci punti per l’uso dei dispositivi mobili a scuola elaborato dal MIUR nel 2018), dove si introduceva anche la proposta di usare gli smartphone come parte integrante della didattica.

Passati in rassegna alcuni dei più noti provvedimenti per l’innovazione della didattica, resta da chiedersi se i risultati sperati siano stati raggiunti. L’analisi di Gui sottolinea come, relativamente al miglioramento dei livelli di apprendimento, i dati raccolti tramite le periodiche misurazioni attuate nel nostro paese (es. prove INVALSI), rivelino dei risultati non entusiasmanti. Più complesso risulta invece verificare se le competenze digitali degli studenti siano effettivamente aumentate, con le novità proposte negli anni: in effetti, non sono mai state effettuate inchieste standardizzate per approfondire questo aspetto. Sul piano dell’inclusione, i risultati vanno valutati sulla base delle diverse realtà coinvolte in questo obiettivo: se, per quanto riguarda le disabilità, l’effetto pare soddisfacente, non ci sono ancora evidenze concrete sul caso degli studenti a rischio di abbandono scolastico. 

Conclusione

Le differenze tra questi paesi rendono difficile stabilire un confronto, ma si può notare un’idea di fondo condivisa da tutti e tre: l’innovazione tecnologica e digitale non può che portare a dei miglioramenti. Contemporaneamente, però, risulta altrettanto necessaria una valutazione critica e complessiva sull’introduzione di queste novità (e delle problematicità che a propria volta possono determinare) per evitare di ricadere in altri e nuovi errori.

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