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Cita questo articolo come: Bartuccio, Angelo. 2021. «Musei. Essenziali ma non troppo». Humanities for Change (blog), 20 novembre 2020. https://bembus.org/2020/11/20/musei-essenziali-ma-non-troppo/.

La cultura è essenziale

Al tempo della pandemia molte sono le cose che vengono sacrificate al bene maggiore della salute del corpo, benché molto meno spesso si ponga la questione di come sanare le ferite della mente e dello spirito. Lungi da scendere nel dettaglio di eventuali discernimenti psicologici o di tipo religioso-spirituale, semplicemente questa istigazione alla riflessione personale si basa sul divieto, imposto a seguito del DPCM del 3 novembre, di visitare musei e mostre, di frequentare biblioteche e archivi e, già con provvedimenti precedenti, di partecipare a proiezioni cinematografiche o spettacoli teatrali. La riflessione di questo articolo si concentra sui musei e affini (mostre, parchi archeologici...) che sono stati ritenuti non indispensabili al mantenimento dei termini minimi della natura relazionale della nostra società. A tal proposito salta subito all’occhio una contradictio in terminis tra la legge e il potere esecutivo. Infatti, il decreto cosiddetto “Colosseo” (D.L. n. 146 del 20 settembre 2015) definisce i luoghi della cultura come beni essenziali per il Paese. Questa notizia, al tempo dell’emanazione della legge, fu data sui giornali con particolare enfasi accompagnata da parole entusiastiche dai membri preposti dell’esecutivo e venne certamente bene accolta dai lavoratori della cultura per i quali il principio di indispensabilità si sarebbe risolto in un’accezione certamente più individualistica che per gli altri.

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Un riferimento nella filosofia del Novecento

A parte la normativa, la base dell’indispensabilità dei luoghi della cultura risiede anche nella filosofia del ‘900. Un esempio è lo scritto La dimensione estetica di Herbert Marcuse, dove il filosofo tedesco rifletteva su come il senso estetico da dare alla quotidianità fosse un bisogno umano primordiale, paragonabile addirittura al soddisfacimento di bisogni strettamente vitali come quelli del cibo o dell’acqua. I presupposti c’erano tutti, ma la realtà pandemica che sembra aver fagocitato, spesso, ogni riflessione più profonda del mero pragmatismo, ha cancellato questi idilliaci propositi e così ai luoghi della cultura sono state messe le catene alle porte, nonostante nella buona parte dei casi venissero rispettate le norme di sicurezza già adottate da altre attività forse meno indispensabili, a parte che per il sostentamento dei singoli lavoratori.

La chiusura dei musei ha però riacceso un dibattito spesso rimasto entro i circoli chiusi di conoscitori e che non ha degnamente infiammato l’opinione pubblica data la sua importanza. Sono in tanti a battersi il petto per la chiusura dei musei, ma ben pochi sono quelli che si chiedono cosa sia il museo contemporaneo in Italia e più in generale quale debba essere la funzione dello stesso. Le parole di molti dirigenti museali, anche ad altissimi livelli nel panorama culturale italiano, hanno assuefatto l’opinione pubblica a un’idea erronea di museo come di luogo deputato all’attrazione turistica e alla conseguente monetizzazione e ritorno economico (ne sono un esempio le dichiarazioni del direttore degli Uffizi a margine della promulgazione dell’ultimo DPCM). Sarei ipocrita se non credessi che il turismo sia il principale veicolo di sostentamento della struttura economica dell’istituzione museale, ma come si è visto e sentito negli ultimi giorni, le parole piene di forza rivolte da direttori e direttrici di biblioteche, archivi, cinema e teatri che chiedevano una riapertura in sicurezza per soddisfare un bisogno culturale e per rimediare ai danni sul piano educativo e della ricerca stridevano con quelle dei colleghi direttori di musei, soprattutto quelli molto grandi e importanti, che come i migliori manager d’azienda si sono fin da subito schierati contro la perdita economica senza mai spendere una parola su che fine avrebbe fatto la continuità educativa e di ricerca scientifica voluta e portata avanti da tanti cittadini.

Ragionare sul museo: le indicazioni ICOM

A tal proposito risulta di assoluto rilievo la definizione che l’ICOM (International Council Of Museums) dà del museo:

Il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali ed immateriali dell’uomo e del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, e le comunica e specificatamente le espone per scopi di studio, educazione e diletto.

ICOMDefinizione di museo tratta dal sito web di ICOM Italia

Da questa enunciazione, formulata dopo un lungo processo conclusosi proprio quest’anno, è possibile trarre delle informazioni importanti capaci anche di fare una critica costruttiva alla realtà odierna relativa alle chiusure generalizzate dei luoghi della cultura. Il museo è già dalla prima frase definito come «un’istituzione permanente, senza scopo di lucro», questo non significa che il museo debba privarsi di proventi economici, ma che questi non debbano essere il fine ultimo e caratterizzante dell’attività museale, come invece ultimamente è stato lasciato intendere dai direttori di cui si diceva poc'anzi. Continuando si legge: «al servizio della società e del suo sviluppo», un’affermazione importante che pone il museo nell’ambito del servizio sociale, quasi umanitario, deputato alla crescita dell’individuo e di questi in una società più equa e progredita. Quest’ultimo criterio basterebbe da solo a ridefinire il principio di essenzialità delle istituzioni museali e culturali in genere. Infine, nell’ultima parte della definizione, si dà risalto alle non meno importanti funzioni di conservazione, ricerca e divulgazione. Insomma, nonostante le tristi vicende legate alla pandemia, risulta da più parti impensabile alle istituzioni culturali essere ritenute non indispensabili non solo alla crescita, ma soprattutto al mantenimento della società. Quest’ultima non è da confondersi con la socialità, effettivamente e giustamente preclusa di questi tempi, ma riguarda il vivere quotidiano che senza gli istituti culturali si impoverisce e si piega a mere regole di sopravvivenza di base.

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