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Cita questo articolo come: Bernante, Anna. 2020. «Design Thinking: nuovi approcci per il pensiero creativo». Humanities for Change (blog), 4 dicembre 2020. https://bembus.org/2020/12/04/design-thinking-nuovi-approcci-per-il-pensiero-creativo/.

Nel mondo di oggi in cui tecnologie, mercato e persone si muovono a una velocità che va oltre i ritmi dell’umano, strategie sostenibili e creative per lo sviluppo delle aziende – e, in generale, della conoscenza e della ricerca – vanno via via acquisendo un ruolo sempre più rilevante. Risulta essenziale, infatti, tornare a recuperare il valore dell’esperienza poiché ormai il prodotto in se stesso non basta più: se pensiamo alle imprese di maggior successo nel settore della tecnologia o della moda ci rendiamo conto che ciò che il consumatore compra non è soltanto un certo modello di smartphone o un particolare tipo di jeans, ma, piuttosto, un modo di essere, una filosofia, un’immagine di sé che quello specifico prodotto veicola. Tra le diverse metodologie di approccio al mercato da parte delle aziende si è diffuso da qualche anno il cosiddetto Design Thinking, che possiamo definire come «an approach that looks at value and change from the perspective of people. Or, even better, from the perspective of what is meaningful to people» (Dell’Era et al. 2019, 19). In cosa consiste, dunque, questo modello? Come spiega Tim Brown, CEO della società di progettazione e consulenza IDEO, il Design Thinking si svolge non come un processo lineare che avanza per gradi, quanto piuttosto come un flusso di creatività che prevede un continuo scambio tra tre “ambienti di lavoro”: l’ispirazione, l’ideazione e l’implementazione (Brown 2008, 4).

L’obiettivo finale, come si è detto, è giungere alla creazione di risposte efficaci ai bisogni delle persone e di prodotti che siano significativi per chi li acquista. La forza di questo approccio, dunque, sta nel completo stravolgimento delle logiche del mondo contemporaneo, che vedono nel business il fine, implementato tramite la tecnologia, sfruttando le persone come mezzo per il successo e la produttività. Con il Design Thinking questo triangolo è completamente invertito: sono le persone il vero fine ultimo, la tecnologia è il mezzo e il business non è altro che la conseguenza del processo creativo (Dell’Era et al. 2019, 10). Il punto di partenza, perciò, è l’empatia, una soft skill indispensabile per comprendere l’altro, i suoi desideri, i suoi bisogni e le sue aspirazioni.

Design Thinking and soft skills

Design Thinking: multidisciplinarietà e applicazioni nell’ambito delle humanities

Quali sono – ci si chiederà – le professionalità coinvolte nel Design Thinking, quali i campi di applicazione e il legame con le humanities, centro di interesse di questo blog? I team che lavorano secondo il Design Thinking non sono composti esclusivamente da designer o da ingegneri, come si potrebbe pensare, ma hanno una forte vocazione multidisciplinare ed è proprio in tale molteplicità di competenze a disposizione che risiede la chiave vincente di questo approccio. Dal mondo del design si trae il modus operandi (Doorst 2011, 525-531), ma gli attori che ne beneficiano e ne fanno uso provengono da percorsi di formazione diversissimi. Le caratteristiche di un cosiddetto Design Thinker, secondo Tim Brown, prescindono dal suo background accademico, ma fanno parte di quel bagaglio di soft skills che pertengono al lato umano della persona: fondamentale, come si è detto, l’empatia, con cui approcciarsi all’altro e ai suoi bisogni; l’integrative thinking, ossia la capacità di guardare a un problema nella sua interezza e di proporre soluzioni innovative; l’ottimismo, indispensabile per non arrendersi di fronte alle difficoltà che il mondo contemporaneo ci presenta; la capacità di sperimentare; e infine, di primaria importanza, la collaborazione, che consiste non solo nel lavorare con gli altri, ma anche nel formarsi personalmente in più di una disciplina, per avere una visione d’insieme delle diverse sfaccettature della realtà (Brown 2008, 3).

Doreen Lorenzo, Assistant Dean della School of Design and Creative Technologies della University of Texas, spiega gli effetti della sperimentazione del Design Thinking in un contesto aziendale da parte di un gruppo di studenti universitari

Passando ai campi di applicazione del Design Thinking, anche solo scorrendo i risultati di una semplice ricerca su Internet ci si può subito rendere conto della varietà di settori in cui questa metodologia può portare frutto. Si applica in campo aziendale e in ambito ingegneristico (Sadiku, Omotoso, Musa 2019, 1789) e persino nel settore medico, dove il cosiddetto Health Design Thinking (Ku, Lupton 2020, 203) sta guadagnando ampi margini di consenso. Tra questi non è certamente di seconda importanza la sfera delle discipline umanistiche: è questa branca della conoscenza, infatti, che sin dalle sue prime luci ha avuto come centro d’interesse principale l’uomo, analizzato in tutte le sue complessità. Wyn Kelley, infatti, sostiene che l’ambiente delle STEM abbia tratto l’approccio creativo, dialogico ed empatico del Design Thinking proprio dal tipo di ricerca caratteristico delle discipline umanistiche (Kelley 2018, 58).

Design Thinking, scuola, università e ricerca: studenti e cittadini consapevoli

Tale metodo, perciò, ha attratto l’interesse soprattutto del mondo dell’istruzione, che lo ha sperimentato sia nella scuola primaria e secondaria sia nelle università. Il Design Thinking non è altro che un modo per insegnare a sfruttare la creatività – skill fortemente richiesta dal mondo del lavoro (Lor 2017, 37) – e può essere applicato sin dai primi anni di scuola, proprio nel momento in cui i bambini imparano ad imparare. Nel video seguente Michael Roush, Customer Service Coordinator al Dipartimento di Informatica del Wilmington College, porta cinque esempi di come impiegare questa filosofia nell’ambiente scolastico.

Pensare fuori dagli schemi, dunque, è la chiave. Scegliere di coinvolgere attivamente gli studenti mediante il Design Thinking potrebbe rivelarsi un vero game changer nel mondo dell’istruzione, ma, sebbene stia trovando sempre più consenso in area angloamericana, è ancora lontano dalle aule italiane. In ambito accademico, invece, il Design Thinking ha trovato spazio anche in Italia: ne è un esempio il progetto pilota portato avanti da Alessandra Molinari e Andrea Alessandro Gasparini con gli studenti del corso di Filologia Germanica dell’Università degli Studi di Urbino durante l’anno accademico 2017-2018. Molinari e Gasparini, basandosi sui principi stabiliti dai Ministri dell’Istruzione e della Ricerca dell’Unione Europea per la European Higher Education Area, hanno inteso testare l’effettiva integrazione tra Design Thinking e discipline umanistiche allo scopo di sollecitare l’interesse e il coinvolgimento degli studenti nella governance dell’Università. Il Design Thinking, dunque, combinato con gli strumenti della critica e dell’analisi testuale e con lo studio del contesto (propri della filologia) diventa un mezzo per responsabilizzare e rendere più consapevoli gli universitari, che spesso guardano all’istituzione accademica come semplice servizio di cui si ritengono utenti estranei (Molinari, Gasparini 2019, 25-26). Questo approccio, ideale per innescare un creative design process, è risultato vincente per fornire una cornice coerente allo spirito multidisciplinare e student-centered del corso, stimolando gli studenti alla produzione creativa e critica di pensieri e idee in merito al significato dei loro apprendimenti e agli effetti di questi nella loro vita di cittadini e universitari consapevoli. Nel corso di questo progetto, perciò, il Design Thinking si è rivelato uno strumento epistemologicamente affine al mondo delle discipline umanistiche ed efficace nello scambio creativo con domini differenti, confermando la sua validità non solo in ambito educativo e formativo, ma anche nel campo della ricerca accademica interdisciplinare. L’approccio del Design Thinking, che sfrutta appieno le potenzialità delle più recenti tecnologie, ma allo stesso tempo pone al centro del proprio assetto l’uomo nella sua interezza, potrebbe rivelarsi un ulteriore strumento per evidenziare concretamente "l’utilità" delle discipline umanistiche per la nostra società, riportando alla luce la loro eccezionale attualità.

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