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Cita questo articolo come: Albano, Leonardo. 2021. «L'intersezione. Quando i numeri non bastano». Humanities for Change (blog), 22 gennaio 2021. https://bembus.org/2021/01/22/lintersezione-quando-i-numeri-non-bastano/.

È ormai assodata la dissoluzione delle barriere tra discipline e saperi differenti e questo vale anche per l’ambito lavorativo. Così come la ricerca da decenni affianca discipline apparentemente incompatibili, anche il mondo del lavoro ha iniziato a cercare nuovi modelli organizzativi per integrare i poteri di discipline diverse e a volte addirittura opposte. In entrambi i casi i risultati ottenuti sono stati incredibili: Luis Alvarez, astronomo, decrittò il mistero, tutto paleontologico, dell’estinzione dei dinosauri; Jessica Green, in una conferenza di Ted, ha spiegato come architettura e microbiologia possano collaborare per progettare edifici innovativi.

Qual è il segreto di questi successi? Frans Johansson, imprenditore e consulente di fama internazionale, sostiene che l’idea vincente nasce quando si lavora nell’intersezione, uno spazio sfaccettato che «aumenta in modo drastico le possibilità che si verifichino combinazioni insolite» (Johansson 2006, 12). Quando si lavora nell’intersezione si possono trovare idee originali capaci di sbloccare metodi di lavoro innovativi, oppure, come spesso accade nel campo della ricerca, si possono trovare soluzioni efficaci a problemi considerati irrisolvibili perché semplicemente si cambia la prospettiva da cui li si osserva.

Jessica Green e la sua interessante prospettiva

Nuovi organi nell'organico

Per Johansson ci troviamo in un contesto storico molto simile a quello occorso nella Firenze rinascimentale. La nostra è un’epoca – dice – in cui i confini diventano frontiere, in cui le discipline convergono in tutti i settori disponibili e in cui si è visto un fenomenale balzo in avanti delle capacità informatiche (2006, 13-25). E questo è senz’altro positivo. Per questo motivo sempre più aziende e società assumono figure inconsuete. Esse cercano di integrare nuovi modelli di pensiero ai loro piani e di stimolare lavori intersettoriali che producano idee innovative. Robert Hagstrom (Johansson 2006, 20), senior vice president e direttore esecutivo della Legg Mason Focus Capital (ora parte di Franklin Templeton), sostiene che i modelli utilizzati dalla sua compagnia per spiegare l’evoluzione delle strategie finanziarie assomigliano, dal punto di vista matematico, alle equazioni che usano i biologi per capire come si comportano le popolazioni dei sistemi predatore-preda. Egli sostiene che leggere libri classici è fondamentale per un buon successo finanziario e di investimento. Non si tratta, dunque, solamente di integrare nell’organico figure nuove ma anche di riformare quelle già presenti. L’organico aziendale deve essere ripensato perché i suoi membri possano connettere punti lontani tra loro, perché possano coprire cognitivamente panorami più estesi e perché possano creare, all’interno dell’azienda, un umore più benefico e prolifico.

Pensare più in grande

Ma l’intersezione, ovviamente, non è un luogo esclusivo. Imprenditori e ricercatori sono solo alcune delle figure che lo dovrebbero frequentare. Qui troviamo anche menti che cercano soluzioni a problemi globali e a sfide future quali il cambiamento climatico e l’inquinamento, la sovrappopolazione, gli esodi e le migrazioni, i limiti delle strutture scolastiche e via dicendo. Si tratta di menti che cercano di ricordare a chi detiene il potere l’immenso contributo che possono fornire discipline generalmente considerate incapaci di risolvere problemi oggettivi e concreti.

Un esempio da TedX: qui Theresa Lim spiega qual è la forza di un approccio interdisciplinare

Quando Dominic Cummings, consulente senior di Boris Johnson, pubblicò nel gennaio 2020 una “chiamata alle armi” per studiosi e ricercatori, omise completamente figure legate alle discipline umanistiche e alle scienze sociali. Nell’immediato, Hetan Shah (2020) – neoeletto CEO della British Academy of London – reagì con un appello contrario perché la politica riconsiderasse il senso e l’utilità dei saperi da essa ingiustamente esclusi. «Environmental issues are not just technical challenges that can be solved with a new invention», afferma. «To tackle climate change we will need insight from psychology and sociology» (Shah, 2020). Gli esempi che fornisce sono molti e spaziano dall’iniquità sociale alle riflessioni sulla salute e sui processi di cura: «Treatments for mental health have made insufficient progress. Advances will depend, in part, on a better understanding of how social contexts influences whether treatments succeed» (Shah, 2020).

Per citare altri esempi e restare nel campo appena citato della salute, ricordiamo gli sforzi interdisciplinari compiuti da medici quali Arthur Kleinman e Paul Farmer, i quali non solo rilessero la medicina occidentale alla luce delle relativizzazioni etnografiche – concludendo che la medicina occidentale è anch’essa una etnomedicina – ma vi integrarono argomentazioni di stampo politico, sociale, economico e storico, combinando aneddoti e riflessioni sul loro lavoro con la sensibilità tipica dell’antropologia. Salute e malattia non sono stati fisici meramente biologici, ma riflessi delle condizioni politico-economiche in cui versano gli individui (Good 1976; Kleinman 1978; Farmer 1992; 1999). Salute e malattia non sono democratiche, né sono indipendenti dalle responsabilità umane. Pensiamo al COVID-19: solo l’ultima delle malattie sviluppatesi dalle intense e malsane attività di sfruttamento ambientale e animale, diffusasi in tutto il mondo grazie alle trafficatissime vie commerciali (Quammen 2017; 2020). E a pagarne le spese sono stati più i poveri e gli emarginati.

Chi sei tu, oh umanista in azienda?

Andrea Ciucci (2020) si chiede, insieme a molti di noi, se gli umanisti desiderano entrare a far parte del mondo aziendale. È una domanda legittima, ma forse la domanda più scottante è un’altra e cioè: chi è davvero l’umanista in azienda? Una risorsa benefica e competente, certo, ma anche un segno preoccupante. Come mai? Dobbiamo infatti chiederci: perché l’azienda accoglie al proprio tavolo un umanista? Sa l’azienda di che cosa è capace un umanista? È possibile invece che la riflessione dell’umanista non sia assunta per essere ascoltata ma, al contrario, perché ascolti. Non è cioè assunta per il suo carattere sedizioso, ma perché strumentalizzi le sue capacità in favore degli stessi scopi che ella dovrebbe criticare – il profitto, la privatizzazione, il progresso. È dunque possibile che molte aziende stiano assumendo umanisti nel tentativo più o meno conscio di sopperire al vuoto etico che caratterizza il sistema capitalistico. Poiché quest’ultimo si fonda sull’oggettivazione di mezzi, persone e prodotti (Lukács 1923), ci si rivolge all’umanista perché ri-soggettivizzi quanto è stato reificato. Ma la domanda rimane: fino a che punto l’umanista può ri-soggettivizzare gli elementi del capitalismo senza venir licenziato? Sicuramente, però, gli umanisti sarebbero lieti di partecipare ad azioni concertate per affrontare al meglio le sfide contemporanee. Quando Platone descriveva la sua repubblica ideale metteva i filosofi a capo della società. Forse non si arriverà mai a tanto, ma nel frattempo integrare gli studi umanistici ai piani socio-politici ed economici potrebbe essere la mossa giusta. Sempre ricordando che poi anche il discorso umanista, quello che guarda all’uomo come misura di tutte le cose, dev’essere riformulato per adeguarsi alle sfumature e alle riflessioni del mondo contemporaneo.

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