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Cita questo articolo come: Bernante, Anna. 2021. «Ricostruire ponti. Il progetto Venice Time Machine (VTM)». Humanities for Change (blog), 29 gennaio 2021. https://bembus.org/2021/01/29/ricostruire-ponti-il-progetto-venice-time-machine-vtm/.

Ricostruire il passato è un’arte fine, che richiede tempi lunghi, che necessita di accuratezza e di stretta familiarità con le infinite sfaccettature delle epoche a noi precedenti. Ricostruire il passato è un’operazione che esige di pensare in modo trasversale, connettendo non solo persone, luoghi, eventi ma anche (e primariamente) discipline, tematiche e approcci scientifici. Impossibile, pertanto, ambire a restituire al più alto grado di risoluzione un singolo aspetto della storia o della cultura del passato senza prendere in considerazione l’insieme di fenomeni economici, scientifici, linguistici e ambientali che hanno accompagnato tale specifica manifestazione. 

Oltre i limiti della ricerca: il digitale come strumento

Certo, per riuscire in una simile impresa sono necessari anni di lavoro e studio, oltre che una maturità scientifica non indifferente. Sinora, fattori di rallentamento significativi nelle ricerche di tal genere sono stati la reperibilità e la consultabilità del materiale documentario, la cui vastità e dispersione in luoghi di conservazione tra loro distanti spesso non permettono un confronto simultaneo tra fonti e tanto meno una ricerca rapida e mirata. Di fronte a tali limiti concreti, tuttavia, si spalancano prospettive insperate grazie all’applicazione in questo campo — o meglio, in questi campi — delle tecnologie di ultima generazione: Venice Time Machine (VTM) è un esempio estremamente virtuoso di una delle possibili interrelazioni tra discipline umanistiche, digitale e non solo. Il progetto, nato nel febbraio 2013 grazie all’accordo tra l’École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL) e l’Università Ca’ Foscari Venezia e implementato, a partire dal 2014, mediante la collaborazione dell’Archivio di Stato di Venezia, della Biblioteca Nazionale Marciana, dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti e della Fondazione Cini, ha come obiettivo la digitalizzazione dell’intero patrimonio documentario e artistico delle istituzioni aderenti, così da poterlo rendere fruibile in forma open access agli utenti della rete.

Ancient books in a bookshelf

Ricostruire il passato per connettere punti

Il livello di ambizione del programma della Venice Time Machine è rimarchevole e la possibilità di raggiungere con successo una meta di tale portata è data dalla proficua collaborazione che sta all’origine del progetto: le più innovative competenze informatiche, sofisticate tecnologie ingegneristiche e la vasta categoria degli studi umanistici si sono uniti per uno scopo comune. Inoltre, come spiega la coordinatrice scientifica del progetto Isabella di Lenardo, gli esiti di questa massiccia operazione hanno avuto e avranno risvolti significativi anche per altre branche del sapere: «Prendiamo la peste del 1630: ad oggi gli storici avevano consultato dati su non più di tre giorni di epidemia. Venice Time Machine invece ha già raccolto dati su tre interi anni di peste. Questo ci dice chi erano e dove si trovavano le vittime e può darci dati di grande interesse anche per gli epidemiologi di oggi» (Aluffi 2017). Come spiega Frédéric Kaplan, direttore del Digital Humanities Laboratory dell’EPFL e parte attiva del progetto VTM, la conoscenza del nostro passato è un elemento essenziale per non ritrovarci a guardare esclusivamente al nostro presente, trascurando ciò che è venuto prima di noi, con conseguenze pericolose per le nostre scelte politiche ed economiche: se non conosciamo la strada che abbiamo percorso sinora, come possiamo capire dove stiamo andando? (Kaplan 2017).

Uno dei pregi maggiori del progetto Venice Time Machine consiste nella capacità dei sofisticati software impiegati di riconoscere la medesima parola all’interno del singolo testo in esame e persino dell’intero sistema di documenti scansionati e raccolti nella banca dati, consentendo di mettere in correlazione tutte le fonti che citano un certo personaggio, un determinato luogo, una specifica merce e via dicendo (Abbott 2017). La novità di VTM non consiste tanto nella digitalizzazione di per sé – operazione già in corso presso numerose istituzioni culturali in tutto il mondo – quanto piuttosto nella volontà di ricreare i legami che intercorrono tra questa massiccia quantità di big data per ricostruire un panorama sociale, culturale, politico ed economico che abbiamo la fortuna di aver ricevuto in eredità e che sarebbe imperdonabile lasciar cadere nell’oblio. Kaplan e Di Lenardo, infatti, evidenziano apertamente quale vuoto intendono colmare con Venice Time Machine:

Mass digitization of archival documents has begun, and although many challenges remain in these research areas, one of the most important questions from a cultural point of view is how to extract and articulate information structures out of their digital surrogates. How far can we apply the logic of contemporary datasets to redocument large corpora of information produced several centuries ago? For instance, would it be possible to reconstruct social networks for certain periods of the past with the same information density we experience in social networks of the present? Along that same line of thinking, would it be possible to add a slider to a contemporary geographical information system interface and look at a particular place as if it were 5, 50, or even 500 years ago? Does enough data of the past exist to realize such applications? Or are these just anachronistic questions, a common form of 'presentism'?

Frédéric Kaplan, Isabella di LenardoBig Data of the Past, in «Frontiers in Digital Humanities», 4, 12, 2017, p. 1

Far rivivere la rete che emerge da questa operazione permette di arrivare a restituire persino le fattezze vere e proprie di una città nei secoli, con i suoi edifici, i suoi abitanti e le sue usanze, ed è proprio questo il prossimo obiettivo prefissato dai fondatori di VTM (sebbene il progetto sia attualmente in una fase di stallo): la phase II, prevista per il periodo 2020-2028, si propone di costruire il Venice Mirror World, un modello 4D dell’isola che sovrapponga i diversi layers del suo sviluppo nel corso della storia sino ai giorni nostri.

Lenti per guardare lontano (e dietro di noi)

Guardando a questo progetto risulta lampante come la connessione e lo scambio tra hard sciences e humanities permetta di concepire idee complesse e di grande ambizione, certamente irraggiungibili senza il superamento delle barriere – ormai anacronistiche – tra discipline. Non sorprende, perciò, che i risultati cui ha portato e porterà Venice Time Machine siano rilevanti per numerosi campi del sapere, stimolando ulteriormente il dialogo tra intellettuali, scienziati e ricercatori. Kaplan è perfettamente consapevole della necessità di rivedere il modo in cui gli umanisti lavorano, ragionando non più in gruppi omogenei per conoscenze e abilità, ma aprendosi allo scambio, indossando lenti che aprano lo sguardo a opzioni insperate e possibili soltanto tramite la ricerca cooperativa con altre scienze. 

Relazionarci alla storia e al passato in modo nuovo, essere capaci di riportare alla luce un mondo che scopriamo essere complesso, avanzato e contraddittorio come il nostro, attingere con facilità a informazioni singolarmente trascurabili ma significative se lette in un quadro completo: queste sono le nuove frontiere delle digital humanities. Per ricostruire un ponte con ciò che ci precede è indispensabile e prioritario gettarne molti altri tra discipline che consideriamo comunemente distanti e abituarci a pensare in modo diverso, senza rinchiudersi nell’orgoglio e nella presunzione di poter dare delle risposte da soli alle domande sempre più pressanti e articolate che il mondo odierno ci pone.

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