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Cita questo articolo come: Luvisotto, Alessia. 2020. "Cronaca del seminario "Filologia attributiva e analisi digitale dei testi letterari" (parte 1)." Bembus (blog). 18 dicembre 2020. https://bembus.org/cronaca-del-seminario-filologia-attributiva-e-analisi-digitale-dei-testi-letterari-parte-1.

Teoria e forme del testo digitale

Michelangelo Zaccarello (edited by)
Roma, Carocci, 2019, pp. 232
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Nei giorni 10 e 11 dicembre 2020 si è svolto in forma telematica il doppio seminario “Filologia attributiva e analisi digitale dei testi letterari” tenuto dai professori Pasquale Stoppelli (già “Sapienza” Università di Roma) e Paolo Mastandrea (Università Ca’ Foscari di Venezia). L’incontro, che ha visto la partecipazione complessiva di 270 persone (di cui 174 il primo giorno e 96 il secondo), è parte del ciclo “New horizons. How to renew the humanities” (HFC-HOR 2020), organizzato da Humanities for Change, promosso dal Venice Centre for Digital and Public Humanities (VeDPH) e finanziato con i fondi per le attività studentesche dell’Università Ca’ Foscari.

La prima giornata si è svolta giovedì 10 dicembre dalle 14 alle 16 e si aperta con i saluti istituzionali del Professor Giovanni Vian (Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia), a cui è seguito un intervento del Professor Franz Fischer (Direttore del Venice Centre for Digital and Public Humanities); entrambi, dopo i ringraziamenti a Humanities for Change, hanno sottolineato l’importanza del network internazionale nell’ambito della cosiddetta “terza missione”.

Giovanni Vian

Giovanni Vian

Franz Fischer

Franz Fischer

L’introduzione di Marco Sartor (Università di Parma) ha illustrato gli scopi dell’incontro, mirante a stimolare una riflessione sui cambiamenti che hanno investito la pratica filologica nell’era del digitale e sul valore aggiunto dell’interrogazione delle banche dati testuali ai fini dell’esegesi e della filologia dei testi letterari. Interrogativi già sorti alla metà del secolo scorso con padre Roberto Busa (1949), ritenuto dai più il padre dell’informatica umanistica, e propagandati anche grazie all’esortazione alle concordanze di Gianfranco Contini (1951). Da allora molti passi in avanti sono stati fatti: sono nati (e in alcuni casi anche defunti, per l’obsolescenza delle tecnologie informatiche con cui erano stati prodotti) diversi corpora elettronici come Letteratura Italiana Zanichelli (LIZ)Musisque Deoque (MQDQ)Tesoro della Lingua Italiana delle Origini (TLIO)Archivio della Latinità Italiana del Medioevo (ALIM), e così via. Lo scrutinio di indici elettronici, sottolinea Sartor, può svolgere un ruolo decisivo nella metodologia attributiva dei testi letterari e di questo aspetto discorre Pasquale Stoppelli nel primo capitolo del recente volume L’equivoco del nome. Rime incerte fra Dante Alighieri e Dante da Maiano (Roma, Salerno Editrice, 2020). Se la proposta inizia da un’intuizione, essa, per essere verificata, necessita di prove che la corroborino o la smentiscano. Ed è proprio in questa delicata fase che i repertori elettronici svolgono un ruolo sostanziale.

Gianfranco Contini’s exhortations

Le esortazioni di Gianfranco Contini

Some electronic corpora

Alcuni corpora elettronici

Pasquale Stoppelli e l’attribuzione del Fiore

All’introduzione di Sartor ha fatto seguito la relazione di Pasquale Stoppelli, incentrata sul problema dell’attribuzione del Fiore, una corona di 232 sonetti la cui data di composizione, seppur incerta, parrebbe collocarsi a cavallo tra Due e Trecento. La fonte più diretta del testo è il Roman de la Rose, poema in lingua d’oïl della seconda metà del XIII secolo. Il racconto descrive una conquista amorosa in cui interagiscono vari personaggi, alcuni parteggiando per Amante, altri difendendo il fiore stesso, ovvero l’Amata. L’unico codice recante il testo, il manoscritto H 438 della Biblioteca Interuniversitaria di Montpellier (databile agli anni Quaranta del ’300), si presenta adespoto e anepigrafo. L’autore si dichiara due volte al suo interno con il nome di Ser Durante, elemento che spinse il primo editore (Ferdinand Castets) a formulare l’ipotesi della paternità dantesca del Fiore. La proposta accese una vivace discussione che vide fra gli interlocutori anche lo stesso Gianfranco Contini, che nel 1984 ripubblicava l’opera presso la Società Dantesca argomentando con vigore la medesima tesi di Castets e adducendo raffronti linguistici e stilistici con il Sommo Poeta. Con il volume Dante e la paternità del Fiore (Roma, Salerno Editrice, 2011), Stoppelli si inserisce all’interno del dibattito proponendo una nuova metodologia di ricerca che si concreta attraverso una sorta di “radiografia” del poema, sonetto per sonetto, mediante l’utilizzo delle banche dati digitali (in particolare LIZ e TLIO).

Tale preambolo ha ceduto il passo alla presentazione di esempi pratici, con il fine di mettere in luce l’abbondanza di concordanze che parrebbero connettere il poemetto con componimenti di diversi rimatori, tra cui Monte Andrea, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Brunetto Latini, Dante da Maiano e, ovviamente, lo stesso Dante Alighieri. Alla luce di simili dati, Stoppelli ritiene improbabile che i poeti testé menzionati siano stati tutti lettori del Fiore, il quale non avrebbe avuto una circolazione considerevole in Toscana (non a caso la tradizione è uni-testimoniale). Per di più, la pratica centonaria che contraddistingue la corona di sonetti è una modalità che poco si addice al poetare di Dante Alighieri. Si riflette dunque sulla possibilità che la sua identificazione a padre del Fiore derivi dalla facilità con cui una certa memoria “culturale” tenda a ricordare le citazioni dantesche e a tralasciare, per converso, quelle di autori a lui precedenti e successivi, le quali hanno potuto essere rilevate solamente attraverso l’utilizzo di banche testuali digitali.

La convinzione dell’autorialità dantesca ha delle necessarie ripercussioni sul piano ecdotico, dal momento che, partendo da tale assunto, l’editore non potrà accettare stilemi incompatibili con il poetare del Sommo Poeta e procederà con l’introduzione dei necessari emendamenti. L’esempio addotto da Stoppelli riguarda in particolare i vv. 9-12 del sonetto 18:

Bellacoglienza disse: “I’ vo’ che vegna, / e basci il fior che tanto gli è (’n) piacere, / ma' ched e’ saggiamente si contegna; / ché siate certa che no·m’è spiacere”.

Il Fiore, son. XVIII, vv. 9-12Il Fiore e il Detto d’Amore, a cura di G. Contini, Milano, Mondadori, 1984

La modifica di Contini riguarda un originario piacente emendato in piacere (v. 10), affinché sia rispettato lo schema rimico. Tuttavia, Stoppelli evidenzia che se l’autore fosse di formazione guittoniana la lezione potrebbe essere accettata in quanto si troverebbe relata con saggiamente del verso successivo a formare una rima al mezzo. Il secondo problema riguarderebbe il verbo siate (v. 12) che, ritenuto trisillabo da Dante in poi, darebbe vita ad un verso ipermetro. L’uso di banche dati ha permesso di rilevare un utilizzo del verbo siate bisillabo nella lauda 34 di Iacopone da Todi (e dunque nella poesia pre-stilnovista). Ecco, dunque, che quei loci considerati errori da Contini sarebbero, al contrario, la prova di una poesia anteriore alla produzione di Dante.

Pasquale Stoppelli

Pasquale Stoppelli

Discussione

Terminato il contributo del professor Stoppelli, Sartor inizia la discussione ponendo una domanda concernente il ruolo delle banche dati in relazione ad alcune tematiche legate alla “tenzone del Duol d’amore” tra l’Alighieri e Dante da Maiano, pubblicata nel 1527 nella “Giuntina di Rime antiche”, e di cui lo studioso discute nel già citato L’equivoco del nome. Rime incerte fra Dante Alighieri e Dante da Maiano. In particolare, il problema riguarderebbe il carattere fittizio della tenzone sostenuto da Stoppelli, che la ritiene una messa in scena da parte del Dante minore il quale, al fine di accreditare se stesso, avrebbe finto un dialogo con il suo omonimo.

La risposta di Stoppelli sottolinea la centralità del ruolo della ricerca digitale riconducendola al tema dell’intuizione, intesa come pensiero originale, illuminazione innovativa che può contraddire, in toto o in parte, un’intera tradizione di studi, al cospetto della quale è necessario porsi con deferenziale rispetto ma anche liberi dalla certezza che essa abbia un valore assoluto. Se il ruolo del filologo, dice Stoppelli, è quello di incrementare (e non rimestare) le informazioni su un dato testo, l’individuazione di nuovi dati oggettivi può avvenire in modo pratico e immediato attraverso le banche dati digitali. Il loro utilizzo ha dunque fornito al filologo dati che da una parte smentirebbero la paternità dantesca di parte del Duol d’Amore e dall’altra – facendo emergere analogie stringenti tra la tenzone e il poemetto – condurrebbero a ipotizzare con verisimiglianza il nome di Dante da Maiano come autore del Fiore.

Il dialogo è poi proseguito con una domanda sulle modalità attraverso cui le banche dati possano essere utilizzate in modo non superficiale ma fruttuoso, sottolineando la reticenza da parte del mondo accademico nell’impartire corsi che ne insegnino le modalità pratiche di utilizzo. La risposta del professor Stoppelli ha indicato come necessità logico-operativa imprescindibile un’ipotesi, una domanda utile da sottoporre alla macchina, senza che essa, però, vincoli in qualche modo la ricerca. L’indagine interattiva ha infatti un valore euristico, potendo suggerire risposte a cui chi interroga non aveva pensato: da qui il progresso scientifico. A questo punto l’intervento ha sottolineato la difficoltà odierna nel dar vita o arricchire banche dati a seguito di finanziamenti sempre più rarefatti, manifestando ammirazione nei confronti dell’Opera del Vocabolario Italiano (OVI), che prosegue con grande sforzo il proprio progetto grazie agli aiuti del CNR.

È seguito un intervento da parte di Matteo Veronesi che ha sollevato il problema della difficoltà delle banche dati nel rilevare concordanze non lessicali, a cui Sartor ha replicato adducendo sia l’esempio di Musisque Deoque, capace di riconoscere occorrenze foniche e metrico-verbali e dunque l’emergere di esempi di memoria inconscia, sia il caso di Memorata Poetis, in corso di aggiornamento per quanto riguarda la ricerca semantica. Pasquale Stoppelli ha invece argomentato il bisogno della nascita di banche dati di seconda generazione fornite di software sofisticati in grado di riconoscere associazioni concettuali e di estrarre da un testo poco codificato una grande quantità di informazioni. Per ora esse possono essere recuperate solamente attraverso la ricerca di stringhe di caratteri rappresentativi di un dato concetto. Veronesi, dunque, riconducendosi alla tematica precipua del Fiore, richiama l’attenzione su un argomento che i sostenitori della paternità dantesca adducono, ossia il fatto che la candida rosa del Paradiso dantesco può apparire, sul piano ermeneutico generale, sublimazione e palinodia della rosa, quanto mai carnale e profana, del poemetto giovanile. Con la seconda domanda, invece, Veronesi chiede se la perizia versificatoria e la tecnica centonaria non si possano spiegare con la giovane età del poeta e la natura sperimentale dell’esercitazione, dato storico che l’analisi letterale ignora. A tali spinose questioni Stoppelli contrappone vari dati cronologici che non parrebbero portare ad un giovane Dante, che all’età di vent’anni aveva già scritto la Vita Nova, bensì ad un autore privo della consapevolezza tra i confini tra le due lingue – volgare toscano e antico francese – e ad una datazione tra gli anni ’20 e ‘40 del XIV secolo.

Irene Mamprin

Irene Mamprin, discussant del seminario assieme a Marco Sartor

Paolo Mastandrea: i database e il cannocchiale

A questo punto si inserisce il contributo di Paolo Mastandrea che si apre con un appello al mondo accademico di area umanistica affinché si assuma il compito di traghettare, nella delicata epoca di trapasso dal cartaceo al digitale, una quantità di conoscenza costata generazioni. Le potenzialità delle banche dati sono ricondotte per analogia a quelle del cannocchiale, che mostra oggettivamente elementi invisibili ad occhio nudo; a questo proposito, è addotto un esempio in merito alle prime tre ottave della Gerusalemme Liberata. Sebbene la vicinanza dell’espressione «col senno e con la mano» (v. 3) a quella ovidiana «consilioque manuque» (Met. XIII, 205), quella dantesca «col senno e con la spada» (Inf. XVI, 39) e ariostesca «col senno e con la lancia» (O.F. III, 55, 2) fosse stata rilevata da precedenti commentatori, l’uso di biblioteche digitalizzate ha consentito di scovare quello che probabilmente è stato il modello per l’elegiaco, ossia l’espressione «animoque manuque» della Ilias Latina.

Paolo Mastandrea

Paolo Mastandrea

Discussione

La discussione viene riportata al tema dell’attribuzione del Fiore dalla discussant Irene Mamprin, che riflette sull’etimologia del nome Durante, ossia “colui che persevera”: non potrebbe essere considerato un’allegoria alla pari di Malabocca o Ragione più che una persona reale? In seconda battuta, accenna ad alcuni casi di dubbia attribuzione in ambito latino, in particolare ai testi donatisti e alla Historia Augusta, e chiede al professor Mastandrea se è possibile venire a capo di tali problemi attraverso l’utilizzo dei nuovi mezzi digitali. La risposta di Stoppelli fa emergere un elemento che parrebbe contraddire questa ipotesi, ossia il fatto che il nome è collocato alla stessa altezza in cui nel Roman de la Rose è posto quello di Jean de Meun. Mastandrea, invece, argomenta come, sebbene ai tempi delle sue ricerche sui testi donatisti le capacità dei computer non fossero sofisticate come quelle odierne, aveva potuto contraddire la convinzione che la Passio Massimiani e la Passio Mercuri fossero dello stesso autore perché la prima presentava un solo caso di utilizzo di una specifica forma enfatica (un uso incontrollato degli aggettivi superlativi), mentre la seconda ventitré. In merito alla Historia Augusta, invece, il relatore ne sottolinea una ripresa di interesse attraverso studi di tipo computazionale.

A questo punto Alessia Luvisotto sposta l’asse cronologico alla letteratura contemporanea con una domanda su uno dei casi di attribuzionismo più interessanti e discussi del Novecento, ossia il Diario Postumo di Eugenio Montale, che taluni studiosi attribuiscono ad Annalisa Cima: la metodologia utilizzata per dimostrare la non paternità dantesca del Fiore è utilizzabile anche per testi di differenti epoche storiche (e quindi concepiti in contesti storici e culturali che prevedono una diversa circolazione dei testi letterari)? Come affrontare, per la letteratura contemporanea, il problema dei diritti d’autore che impediscono la creazione di biblioteche virtuali liberamente consultabili? A questi interrogativi Pasquale Stoppelli replica con sentenze fiduciose: la metodologia può essere la stessa, facendo attenzione a calibrare la ricerca in base alle caratteristiche del singolo poeta, del genere, dell’epoca in cui nasce l’opera. Il copyright, riconoscimento legittimo del lavoro di un dato autore, non impedisce la ricerca, in quanto è sempre possibile creare banche dati private. Il problema della poesia contemporanea è la sostanziale mancanza di questo tipo di strumenti di ricerca, che sono presenti e completi per i testi antichi e moderni.

Il successivo intervento di Nicola Cittadini si interroga sul rischio che, nell’interpretazione di dati oggettivi, il filologo geloso del proprio iudicium possa spostarne la sede ai riscontri delle banche dati, come dichiarava Bedier per gli alberi bipartiti.

Il giudizio è imprescindibile nella ricerca e nel progresso, in particolare nelle materie letterarie, dove tutto può essere ambiguo.

Pasquale Stoppelli

Con la citazione del volume di Federico Zeri’s book, Due dipinti, la filologia e un nome (Milano, TEA, 1995), Michele Lodone introduce il tema dell’attribuzionismo nelle opere d’arte figurative, che viene accolto dal relatore con il rimando a Giovanni Morelli ed al suo metodo per attribuire opere pittoriche dubbie: si dovrà esaminare non l’insieme o la sensazione del critico, ma i particolari in apparenza insignificanti. Lo stesso dovrà fare il filologo: non c’è bisogno di formule critiche apprezzabili o godibili, ma di prove filologiche, dati oggettivi.

In chiusura, dopo una domanda di Sartor sull’utilità delle banche dati nello scovare un falso, a cui è seguita la precisazione di Stoppelli sulla necessità di interrogare sempre la macchina in modo adeguato, la prima seduta del seminario termina con i saluti ed i ringraziamenti da parte di Irene Mamprin.

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