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Cita questo articolo come: Luvisotto, Alessia. 2020. "Cronaca del seminario "Filologia attributiva e analisi digitale dei testi letterari" (parte 1)." Bembus (blog). 18 dicembre 2020. https://bembus.org/cronaca-del-seminario-filologia-attributiva-e-analisi-digitale-dei-testi-letterari-parte-1.

Teoria e forme del testo digitale

Michelangelo Zaccarello (edited by)
Roma, Carocci, 2019, pp. 232
€ 24,00 (paperback)
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Il secondo incontro del seminario “Filologia attributiva e analisi digitale dei testi letterari”, organizzato da Humanities for Change, promosso dal Venice Centre for Digital and Public Humanities (VeDPH) e finanziato con i fondi per le attività studentesche dell’Università Ca’ Foscari, si è svolto venerdì 11 dicembre 2020 dalle 10:00 alle 12:00 ed è stato inaugurato dai saluti di benvenuto di Irene Mamprin, a cui è seguita un’introduzione che ha avuto come spunto alcune riflessioni di Pasquale Stoppelli raccolte nel saggio Fare filologia nell’era digitale (in Elogio della lentezza. Lezioni Sapegno 2002, a cura di Gian Luigi Beccaria, Torino, Aragno, 2002, pp. 35-45). Il passaggio dal cartaceo al digitale ha delle ripercussioni significative sulla ricerca filologica e letteraria. Il testo elettronico, molto più economico di uno stampato, è manipolabile e duplicabile: un utente può apportare modifiche attraverso programmi di videoscrittura e dar vita ad una copia personale, esattamente come l’amanuense medievale poteva manipolare e correggere il proprio codice. Inoltre, duplicare un testo digitale non ha alcun costo, ed è quindi facilmente condivisibile in rete in forma anonima; tale pratica tende ad un indebolimento di quei principi di autorialità ed intangibilità del testo che si sono affermati durante l’Umanesimo, in particolare grazie al sopravvento della stampa. Ciononostante, le nuove tecnologie informatiche possono essere di grande sostegno al filologo, qualificandosi come un mezzo euristico di conoscenze altrimenti inattingibili. I testi, in quanto sequenze di simboli alfabetici intervallati da spazi, sono processabili dal computer attraverso sequenze binarie; con un testo digitalizzato ed un software capace di generare in pochi secondi concordanze, rimari, indici statistici, incipitari, e così via è possibile estrarre una quantità di informazioni di gran lunga superiore rispetto a quella di una ricerca manuale. Tale strumento consente ricerche fono-morfologiche, sintattiche, semantiche, intertestuali; permette poi rilievi statistici, stilometrici e sull’usus scribendi. Data la mole di dati desumibili da questo tipo di strumenti, l’avvertenza è innanzitutto quella di porre domande circoscritte e di qualità che muovano da un’ipotesi  definita; secondariamente, il ricercatore dovrà analizzare con cura i risultati: il testo parcellizzato potrebbe fornire una visione fuorviante e la presenza di un elemento di stile in due autori non è necessariamente il segno di una filiazione, perché potrebbero esserci testi intermedi non registrati nell’archivio oppure potrebbe rivelarsi un elemento ampiamente diffuso in un determinato genere o contesto culturale. Ciò non va tradotto in un elemento di sfiducia nei confronti del digitale, quanto piuttosto in una presa di conoscenza delle potenzialità e dei limiti del mezzo: nessun fenomeno letterario è automatico e la valutazione dei dati richiede sempre un occhio critico, un iudicium dei dati reperiti a cui il filologo e il critico non possono in alcun modo sottrarsi.

Paolo Mastandrea

Paolo Mastandrea

Paolo Mastandrea e alcuni casi di memoria poetica nella poesia latina

Dopo l’introduzione di Mamprin, ha preso la parola il professor Paolo Mastandrea, che ha presentato alcuni esempi di memoria poetica, ovvero di riprese inconsce di carattere fonico che si instaurano fra più testi. Un ruolo fondamentale per l’avanzamento di questi studi è svolto dalla banca dati Musisque Deoque, che consente la ricerca di occorrenze metrico-verbali.

Intertestualità non è mera esercitazione spasmodica al fine di recuperare il più possibile di collegamenti, citazioni, allusioni: intertestualità è storia della fortuna (o sfortuna) dei testi.

Paolo Mastandrea

Con tale affermazione inizia il primo intervento della giornata, a cui segue il rimando ad un esempio: sebbene il testo di Lucrezio non fosse accessibile prima del 1417, reminiscenze dirette da parte di autori tra la fine del V e l’inizio del VI secolo fissano i termini post quem l’autore sarebbe scomparso per riaffiorare poi grazie a Poggio Bracciolini. Successivamente, attraverso l’utilizzo di Musisque Deoque, è stato possibile individuare non solo riprese manifeste ma soprattutto reminiscenze oscure e forse inconsapevoli. Il primo caso riguarda le analogie tra un verso di un’elegia di Properzio e un altro all’interno di un epigramma scherzoso in cui l’autore, Ausonio, irride un personaggio a causa della sua brutta voce. Tra «flare, nec Aonium tingere Marte nemus» (Properzio, Elegiae, 3, 3, 42) e «cum uis Arcadicum fingere, Marce, pecus» (Ausonio, Epigrammata, 80, 4) si individuano dei parallelismi che non possono essere coincidenze. Aonium è aggettivo connesso al bosco dell’Elicona, Arcadicum indica l’Arcadia, luogo prediletto dai bucolici: la simmetria si instaura tra diverse località della Grecia. Ponendo attenzione ai contesti entro cui tale occorrenza compare, risulta chiaro come non ci sia alcuna connessione semantica: da una parte Properzio riporta le parole della Musa, che suggerisce al poeta di non dedicarsi all’epica ma ai molli versi dell’elegia; dall’altra Ausonio paragona il suono della voce di un certo Marco al ragliare degli asini. La seconda parte dell’intervento si è focalizzata specificatamente sul rapporto tra Properzio e Ovidio (che sopravvisse al primo per circa trent’anni) dei quali si commentano svariate convergenze testuali anche in relazione ad altri autori. Un caso notevole riguarda l’equivalenza fra «Penelope poterat bis denos salua per annos» (Properzio, Elegiae, 2, 9, 3) e «Stat uetus et multos incaedua silua per annos» (Ovidio, Amores, 3, 1, 1), ma specificatamente tra la prima e «Utque bibant Tyrium bis quinos saeua per annos» (Silio Italico, Punica, 16, 215). In questo caso Properzio descrive la situazione di Penelope, mantenutasi pura per vent’anni, nell’attesa del marito; Silio Italico, autore di tarda età flavia, si riferisce invece agli anni della permanenza di Annibale in Italia. È bastato, in tutti gli esempi, un cambiamento nell’avvicendamento delle consonanti per dar vita a versi (e contesti) completamente diversi, alterando sostanzialmente il significato. Nessuno tra i commentatori ha mai potuto rintracciare questo tipo di riprese fonico-ritmiche perché gli strumenti lessicologici non sono in grado di sostituire le lettere con i suoni. La funzione co-occorrenze metrico-verbali di Musisque Deoque, una delle più sofisticate offerte dal programma, è stata in grado di avvertire le analogie nella successione delle vocali in pochi secondi.

Pasquale Stoppelli

Pasquale Stoppelli

Pasquale Stoppelli e alcune scoperte machiavelliane

Conclusosi l’intervento di Mastandrea, è seguito quello di Pasquale Stoppelli incentrato su Niccolò Machiavelli, in particolare sulla Mandragola e sulla novella di Belfagor (per cui si veda il saggio Machiavelli e la novella di Belfagor. Saggio di filologia attributiva, Roma, Salerno Editrice, 2007). La tradizione della Mandragola si giova soprattutto di due testimoni, una stampa e un manoscritto, entrambi dipendenti da un antigrafo perduto non autografo e recanti un gran numero di varianti adiafore che rendono difficile la ricostruzione del testo. Di fronte ad una situazione così compromessa, è stato possibile risolvere alcuni dubbi grazie allo strumento elettronico. Un primo caso riguarda la contrapposizione tra la correlazione tale … quanto del manoscritto e tanto … quanto della stampa. Lo spoglio della banca dati digitale ha consentito di individuare l’uso della seconda espressione in diversi autori fiorentini di livello medio tra la fine del Trecento e l’inizio del Cinquecento (Franco Sacchetti, Alessandra Macinghi Strozzi, Pievano Arlotto). Tale rinvenimento ha consentito a Stoppelli di concludere che tale … quanto sia la variante da mettere a testo in quanto lectio difficilior rispetto all’alternativa banalizzata. Dubbia era inoltre la scelta tra le lezioni equivalenti garzonaccio (della stampa) e giovanaccio (del manoscritto), aggettivo che nel testo si riferisce a Callimaco stesso. La ricerca digitale ha permesso all’editore di risolvere tale impasse: il secondo attributo, infatti, si trova nel Decameron di Boccaccio riferito a Masetto di Lamporecchio (III, 1) assunto dalle monache nella mansione di ortolano per il suo (finto) mutismo, affinché non potesse riferire ciò che accadeva tra lo stesso e le religiose. La concordanza all’interno di due situazioni narrative analoghe ha condotto Stoppelli alla conclusione che sia giovanaccio, dunque, la lezione originale.

La ricerca digitale non è stata utile esclusivamente nella scelta tra lezioni adiafore: essa ha portato ad interessanti riflessioni sulla data di composizione della Mandragola che Roberto Ridolfi fissava, nella sua edizione dell’opera del 1965, al 1518, dopo un assemblaggio di soli due mesi. Tale individuazione si fondava su un dato incontestabile, ossia la presenza, nella commedia, di frasi desunte dal volgarizzamento dell’Andria del 1517. Quest’ultima datazione si fondava, a sua volta, su alcuni studi sugli usi grafici del fiorentino. Le ricerche, però, erano state condotte su un corpus di manoscritti ridotto. Per questo il lavoro è stato svolto nuovamente, seguendo la stessa metodologia ma prendendo a riferimento l’edizione di tutte le opere di Machiavelli di Martelli (pubblicate nel 1971) e studiate nella loro grafia originale. Il confronto ha permesso di stabilire che il sistema grafico dei codici del testo non potesse riferirsi agli anni 1516-1519; tale elemento insieme alla qualità scadente del volgarizzamento e ad alcune rese particolari (ad esempio la traduzione di Edipus con profeta, modalità in cui si indicava ironicamente Savonarola – beffa che l’autore non si sarebbe permesso di proporre negli anni 1516-1519) hanno condotto Stoppelli a ritenere il testo opera giovanile, da collocarsi tra gli anni 1494-1495. Come controprova si reca il fatto l’edizione dell’Andria del 1494 per Lazaro de’ Soardi, a differenza delle successive, non presenta il testo scandito in atti, alla pari di quello machiavelliano. Rimosso dunque questo ostacolo, l’editore giunge ad ipotizzare una data di composizione della Mandragola tra gli anni 1514-1520, cronologia che spiega la citazione al suo interno di frasi desunte dalle lettere di Francesco Vettori allo stesso Machiavelli collocabili negli stessi anni.

La seconda parte dell’intervento ha trattato dell’unica novella riconosciuta al fiorentino, ossia del Belfagor arcidiavolo di cui si possiede l’autografo. La prima edizione del testo risale al 1549, promossa dal figlio di Machiavelli in risposta ad un prete veneziano, Giovanni Brevio, che aveva pubblicato cinque anni prima un testo coincidente per circa il 35%. Le ipotesi erano tre: o Brevio aveva copiato da Machiavelli, o viceversa, o entrambi avevano fatto riferimento ad un terzo scritto perduto. Dall’analisi digitale emerge che la parte non coincidente riguarda proprio il frasario machiavelliano: se Brevio avesse plagiato l’opera, allora avrebbe dovuto possedere una conoscenza filologica della lingua del fiorentino tale depurare il testo da quegli stilemi tipici che solo oggi, in parte, riusciamo a riconoscere.

Machiavelli e la novella di Belfagor

Pasquale Stoppelli
Roma, Salerno Editrice, 2007, pp. 100
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Discussione

La parola passa dunque a Marco Sartor che apre la discussione con una domanda sul possibile rischio di un uso non corretto delle banche dati da parte degli inesperti, il quale potrebbe provocare una deriva tendenziosa come l’infarcimento dei commenti di una rudis indigestaque moles di passi paralleli, cioè di riferimenti intertestuali riportati senza un vaglio critico e privi dell’inserimento in un contesto che ne chiarisca le relazioni. Sartor chiede ai relatori quale consiglio si sentono di dare ai giovani studiosi per raggiungere una sorta di “giusto mezzo” nell’allegazione dei passi paralleli. «L’informatica – risponde Mastandrea – non ha aggravato le cose: svolge un lavoro “schiavile” lasciando più tempo all’intelligenza necessaria a discernere l’utile dal superfluo». Il mezzo digitale è, dunque, strumento che deve facilitare la ricerca delle fonti per lasciare più tempo al giudizio del filologo. «Non si è più scientifici ammassando, ma selezionando» sottolinea subito dopo Stoppelli, riferendosi in particolare ad apparati critici ricchi di varianti inutili ai fini dello studio del testo.

Dopo un rapido intervento di Nicola Cittadini sulla prassi di ricerca concreta che ha permesso di rintracciare i casi di memoria fonico-metrica su Musisque Deoque, Irene Mamprin ha sollevato il problema dell’impedimento costituito dal copyright nella condivisione del sapere, base del progresso, in relazione alla letteratura italiana del Novecento. Evidenziata fortemente la legittimità dei diritti d’autore, Stoppelli auspica l’utilizzo di un software adeguato che, di fronte all’impossibilità di leggere per intero un testo, possa comunque evidenziare le concordanze attraverso una parcellizzazione dell’opera. Mastandrea si pone su posizioni analoghe a quelle del collega e si pronuncia sfavorevole alla gratuità completa, dal momento che la libertà di espressione è in qualche misura sempre legata all’economia.

Il quesito conclusivo di Sartor, a cui seguiranno saluti e ringraziamenti finali, si interroga sulle prospettive per il futuro in relazione a possibili finanziamenti italiani ed europei affinché si investa sulle banche dati. Essi potrebbero essere investiti nella creazione motori di ricerca in grado recuperare le occorrenze fonico e metrico-verbali o estendere la ricerca anche ai sinonimi o tra codici linguistici differenti. Stoppelli si mostra cauto nello sperare in sovvenzioni sulla testualità letteraria stricto sensu; più fiducia viene riposta per la ricerca in linguistica computazionale che si occupa di un controllo della lingua a fini anche economici. Paolo Mastandrea è invece più ottimista, ricordando la realtà veneziana in cui molto si sta facendo per proseguire e migliorare un lavoro iniziato quasi venticinque anni fa, come dimostra la presenza di un centro per le Digital Humanities, il Venice Centre for Digital and Public Humanities, che annovera tra i propri componenti figure di grande professionalità e competenza. Si preannuncia infine un progetto di interesse nazionale che sarà annunciato nei prossimi mesi e realizzato in stretta collaborazione con l’Istituto di Linguistica Computazionale “A. Zampolli” del CNR che ha aperto una succursale all’interno del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

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